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Re: La STORIA SIAMO NOI

Messaggiodi luca100 lunedì 27 marzo 2017, 16:01

La prima grande crisi del Genoa: dalla A sfuggita per un soffio allo spareggio col Pisa del ’70
Di
Redazione -
27 Mar 2017

Abbiamo saltato un bel po’ di anni della gloriosa storia rossoblu, ma non mancheremo di recuperare. Questa settimana, preparandoci ovviamente alla partita con l’Atalanta, vorremmo però ripercorrere i momenti negativi che hanno interessato il Genoa nella sua lunghissima storia. Siamo andati a prenderne uno relativamente recente, quello che riguarda i cinque anni (dal ’68 al 73′) durante i quali il Vecchio Balordo milita in Serie B e Serie C, categoria nella quale nel 1970 scende per la prima volta nella sua storia. Dopo 77 anni.

Sono anni difficili, con la società che deve far fronte a problematiche di natura economica e cambiare denominazione. Saranno anni in cui persino a Roma, dalle aule parlamentari, alcuni politici prenderanno a cuore la causa rossoblu per cercare di programmare l’avvenire del Grifone.

“Le cose andavano veramente a rotoli e fu necessario giocare una carta extrasportiva per sbloccare la situazione con personaggi molto vicini alle sorti rossoblu. Due deputati, precisamente l’onorevole Francesco Cattanei e l’onorevole Alfredo Biondi, con il senatore Gianni Di Benedetto, propiziarono un “governo”, diciamo così, di coalizione nel Genoa che venne appunto definito “Consiglio direttivo di coesione rossoblu” […]. Dopo lunghe e non certo facili trattative tra i dirigenti in carica e quelli che li avevano preceduti si riuscii a formare tale consiglio direttivo […]. Operò con intelligenza e passione, ma senza fortuna” (Pesce, Bregante, Bozano, Ciao Genoa, cent’anni di storia rossoblu, De Ferrari Editore, 1991)

Il Genoa sul campo disputa stagioni altalenanti, si gioca spareggi decisivi col Venezia, disputa partite senza tifosi al seguito come accadrà il 14 giugno 1970 al “Ferraris”: l’uno a uno col Pisa sarà fatale per la retrocessione in Serie C. “Debolezze endemiche” recita il libro a cui facciamo riferimento: esistevano già in tempi non sospetti, ma il Genoa ha sempre saputo combatterle. Ecco un pezzo di storia importante per il Vecchio Balordo: “il quinquennio nero per il Grifone”.

“La squadra non giocava un cattivo calcio, non era abbastanza corazzata in difesa; […] si va avanti a tentativi, comunque, alla fine del girone d’andata, il responsabile della società Renzo Fossati accetta dalle mani di Ghezzi le dimissioni“.

“Adesso (estate 1969) la società sta boccheggiando sotto un bilancio disastroso, che è ancora aggravato per i numerosissimi acquisti dell’anno precedente. Bisogna partire in umiltà, cercando di sfoltire la rosa“.



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Re: La STORIA SIAMO NOI

Messaggiodi luca100 martedì 28 marzo 2017, 15:58

La Storia del Vecchio Balordo: la marcia su Oviedo e la zampata di Skhuravyi
Di
Alessio Semino -
28 Mar 2017

Abbiamo cominciato ieri raccontando uno dei primi momenti di crisi del Genoa lungo la sua storia, quello del quinquennio 1967-1972. Oggi vogliamo proseguire con un altro pezzo di storia, distante altri vent’anni, che riporta indietro alla famosa marcia su Oviedo dei tifosi rossoblu in occasione dei trentaduesimi di finale di Coppa UEFA.

E visto che oggi si è già parlato di coppe, in particolare di Europa League (clicca qui per leggere l’editoriale), ci proietteremo con la mente in terra spagnola, dove il Grifone avrebbe dovuto affrontare il Real Oviedo di Marius Lăcătuș, attaccante rumeno mina vagante degli astigiani e già campione d’Europa con la maglia della Steaua Bucarest nell’86. Era una competizione differente quella e fu un modo per esportare in tutta Europa i colori rossoblu.

A Oviedo fu come giocare in casa, ma il Genoa dovette tornare a casa con una sconfitta. Una sconfitta di misura, per uno a zero, che sarebbe stata riscatta il 3 ottobre del 1991 al “Ferraris” in una partita che al novantesimo fece letteralmente crollare lo stadio.

Di seguito la partita integrale tra Genoa e Real Oviedo:
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Re: La STORIA SIAMO NOI

Messaggiodi maciupiciu67 venerdì 7 aprile 2017, 9:27

Di padre in figlio

In genovese colui che lavora il carbone è o carbonê. Il figlio diventa, automaticamente, o carbonìn per distinguere la discendenza. Dagli Anni ’70 e fino ai ’90 il Genoa aveva tra le proprie fila una figura storica dello sport di Varazze e di tutta la Liguria: Gerolamo Craviotto. Per tutti Carbunin, ma anche Geo. Suo padre Giovanni vendeva carbone e legna da ardere in Riviera – ecco spiegato il soprannome – prima di diventare uno tra i più stimati massaggiatori del ciclismo italiano.
Le sue mani massaggiarono i muscoli di Giuseppe Olmo (di Celle Ligure, oro olimpico a Los Angeles nel ’32), Hugo Koblet (vinse il Giro nel ’50 e il Tour nel ’51), Franco Bitossi, la locomotiva umana Learco Guerra, il campionissimo Fausto Coppi e molti altri. Tutti passarono da Varazze, ombelico d’Italia della preparazione della Milano-Sanremo, e da Giovanni Craviotto. Gerolamo, nato nel 1935, si distaccò dallo sport paterno dopo qualche anno per entrare nel calcio: nel 1973 arrivò la telefonata do sciô Rénso (Fossati), il presidente del Genoa. La sua squadra del cuore. Impossibile declinare.
Iniziò una lunga storia d’ineccepibile servizio e corrisposta riconoscenza dallo spogliatoio rossoblù. Chi lo ha avuto (da Pruzzo a Ramon Turone, da Bruno Conti a Mario Corso) lo descrive come un polo positivo che sapeva alternare con disinvoltura lo scherzo alla serissima professionalità masseur quando i calciatori erano distesi sul suo lettino. U Carbunin è stato un fuoriclasse della nobile arte di saper usare le mani.
Sidio Corradi lo ricorda a Pianetagenoa1893.net con questo aneddoto: “Lo avevo soprannominato ‘bocca d’oro’ perché aveva uno splendido sorriso; non l’ho mai visto abbattuto o triste. Un grande uomo e professionista, amato da tutti. Venendo dal ciclismo era abituato a strizzare le gambe dei corridori perché hanno più acido lattico; inizialmente mi faceva male e mi procurava del rossore dovuto ai peli. Non appena mi sdraiavo sul lettino gli urlavo: ‘Vai piano, Carbunin, vai leggero!’. Ricordo un amico con grande affetto“.
Beppe Nuti, giornalista di Telenord, ci racconta: “Ha attraversato la storia del Genoa, da quella più brutta a quella indimenticabile. Ricordo ancora le sue lacrime dopo la vittoria ad Anfield Road contro il Liverpool: il Genoa fu la prima italiana a vincere in quello stadio. Carbunin era un pò la mascotte dello spogliatoio. Stava allo scherzo, anche perché ne faceva tanti, i giocatori erano come figli. Per lui Jan Peters era lo ‘scugnizzo’, ad esempio“.
Carbunin morì nel 1997, velocemente come le sue inconfondibili corse in campo per soccorrere qualche genoano, accompagnato da Pierluigi ‘Pigi’ Gatto (il medico sociale per oltre trent’anni). Recentemente il Comune di Varazze gli ha tributato il nome dell’ex Palasport e una via. Un altro modo per restare immortali.
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Re: La STORIA SIAMO NOI

Messaggiodi skyid_1526881 giovedì 20 aprile 2017, 19:41

Scudetto 1915, dalla Figc trapela pessimismo sull’ex aequo


Un tema di oltre cent’anni che non smette d’avere attualità. E’ lo scudetto del 1914-1915, assegnato al Genoa nel 1921 dopo la cessazione della Prima Guerra Mondiale e lo scisma FIGC-CCI. Quel tricolore, conteso al nord anche da Torino e Inter, è fortemente rivendicato dalla Lazio. Giova ricordare come il Grifone, a fronte di qualsiasi risoluzione del contenzioso, non sarà privato del suo settimo titolo nazionale.
Gli eroi genoani dello scudetto del '14-15 (da wikipedia)
Gli eroi genoani dello scudetto del ’14-15 (da wikipedia)
Il sito cittàceleste.it spiega che dalla Federazione trapela pessimismo circa l’ex aequo, suggerito a luglio dalla commissione di esperti istituita da Carlo Tavecchio. La FIGC non ha alcuna fretta di calendarizzare un ordine del giorno di un consiglio federale. Il timore principale risiede nel precedente giuridico che creerebbe l’eventuale riconoscimento dello scudetto anche alla Lazio: ulteriori club potrebbero chiedere la riassegnazione dei titoli alla stregua delle stesse rivendicazioni biancocelesti. Fino ad arrivare a Calciopoli. Probabilmente si deciderà di non decidere.
Ma a Genova,quante squadre ci sono? Due naturalmente! Come due? Certo....GENOA E LIGORNA
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Re: La STORIA SIAMO NOI

Messaggiodi luca100 giovedì 4 maggio 2017, 7:21

4 maggio 1949, la tragedia di Superga. Muore il Grande Torino
04.05.2017 04:00 di Gaetano Mocciaro articolo letto 21482 volte
4 maggio 1949, la tragedia di Superga. Muore il Grande Torino
© foto di Matteo Gribaudi/Image Sport
Il 4 maggio 1949 il calcio italiano conosce una delle più grandi tragedie. L'aereo che portava il Grande Torino a casa da Lisbona, dove i granata tornavano da un'amichevole contro il Benfica, si schiantava contro il muraglione del terrapieno posteriore della Basilica di Superga, sulle colline torinesi. Morirono tutte le 31 persone a bordo: la rosa del Torino, 18 giocatori, 3 dirigenti, 2 allenatori, il massaggiatore, tre giornalisti e quattro membri dell'equipaggio. Quel Torino era la squadra più forte d'Italia e una delle migliori del mondo, vincitore di quattro campionati consecutivi e prossimo a vincere il quinto. La squadra, inoltre, componeva la stragrande maggioranza dell'ossatura della Nazionale, arrivata persino a schierare 10/11 di quel Torino. Nei giorni successivi la tragedia lo Stato proclamò lutto nazionale e il giorno dei funerali vennero stimate circa 300mila persone. Questi i nomi delle vittime: Giocatori: Valerio Bacigalupo, Aldo Ballarin, Dino Ballarin, Emile Bongiorni, Eusebio Castigliano, Rubens Fadini, Guglielmo Gabetto, Ruggero Grava, Giuseppe Grezar, Ezio Loik, Virgilio Maroso, Danilo Martelli, Valentino Mazzola, Romeo Menti, Piero Operto, Franco Ossola, Mario Rigamonti e Giulio Schubert. Dirigenti: Arnaldo Agnisetta e Ippolito Civalleri Allenatori: Egri Erbstein e Leslie Levesley Giornalisti: Renato Casalbore, Renato Tosatti e Luigi Cavallero Equipaggio: Pierluigi Meroni, Celeste D'Inca, Celeste Biancardi, Antonio Pangrazi.
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Re: La STORIA SIAMO NOI

Messaggiodi luca100 venerdì 5 maggio 2017, 7:14

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04 maggio 2017
La statua simbolo di Bruxelles veste la maglia granata per un giorno

Emanuele Bonini


Bruxelles nel segno del Torino e del grande Torino. La capitale del Belgio e dell’Unione europea ha reso omaggio alla squadra vittima delle tragedia di Superga, facendo indossare il completo granata al Mannekenpis, la statuetta raffigurante un bambino intento a fare pipì, simbolo della città e tra gli emblemi del Paese. Nel giorno del sessantottesimo anniversario della scomparsa dell’undici considerato tra i più forti di sempre, la celebre attrazione Bruxelles si è mostrata pubblicamente con la divisa e la sciarpa del Toro. Per tutta la giornata di oggi il bambino in bronzo resterà nella sua inedita versione di supporter granata, poi lo speciale vestito confezionato dai sarti comunali verrà conservato nel museo degli abiti del Manneken Pis. «I nostri fratelli sono riuniti a Superga, noi qui davanti pensando agli invincibili», le parole di un emozionato Paolo Giordano, presidente del Toro Club Europa Granata Bruxelles, ideatore dell’iniziativa.

1949: La tragedia di Superga (Speciale)

Torino ancor più patrimonio calcistico europeo

Il 4 maggio è già la giornata mondiale del gioco del calcio, istituita dalla Fifa, la federazione internazionale delle leghe calcistiche, ma con l’evento di oggi «anche la capitale dell’Unione europea celebra il grande Torino», sottolinea Paolo Giordano. La vestizione della statua simbolo di Bruxelles è stata la fine di una mattinata all’insegna della squadra granata. Nel palazzo comunale, nella centralissima Grande Place, è stato proiettato il documentario «La leggenda del Grande Torino». Quindi in corteo sostenitori granata a rappresentanti delle istituzioni hanno sfilato dalla sede comunale alla fontana del Mannekenpis accompagnati dalla fanfara, che ha intonato l’Aida, componimento che accompagna l’ingresso in campo dei giocatori del Torino nella partite casalinghe. Sul posto un minuto di raccoglimento, con Mario Boussier, rappresentante dell’associazione dei piemontesi a Bruxelles, che ha letto in pubblico tutti i nomi dei morti della tragedia di Superga, con il bimbo di bronzo in abiti granata per rendere loro omaggio. «Un avvenimento bellissimo», le parole di Paolo Giordano. «E’ avvenuto in pieno spirti belga, che aiuta a condividere certi valori». Quelli dello sport, innanzitutto. E quelli dell’unione tra popoli. Oggi è il giorno del popolo granata, ma Bruxelles e il Belgio sono casa di tanti non belgi.

Gillet testimone d’eccezione

A testimoniare il legame tra il Torino e il Belgio la presenza di Jean François Gillet, portiere del Toro tra il 2012 e il 2015. «Quella granata è stata una maglia importante per la mia carriera. Ho avuto l’onore e il privilegio di giocare per il Torino, e quando mi è stato chiesto di partecipare il mio è stato un ’sì’ immediato». Ricordare il Torino è per lo sportivo belga «importante» per il valore della squadra, motivo per cui considerare il Toro un patrimonio europeo è sbagliato perché riduttivo. «Il Torino è una squadra mondiale. Puoi andare ovunque nel mondo ed esser certo di trovare almeno un tifoso del Torino, e questo dà la grandezza della squadra. Spero che ritrovi la grandezza di quei tempi». I tempi di Valerio Bacigalupo, Aldo Ballarin, Dino Ballarin, Émile Bongiorni, Eusebio Castigliano, Rubens Fadini, Guglielmo Gabetto, Ruggero Grava, Giuseppe Grezar, Ezio Loik, Virgilio Maroso, Danilo Martelli, Valentino Mazzola, Romeo Menti, Piero Operto, Franco Ossola, Mario Rigamonti, Julius Schubert.

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Re: La STORIA SIAMO NOI

Messaggiodi luca100 lunedì 5 giugno 2017, 15:05

05 giugno 2017
Genoa, ottant’anni fa la vittoria in Coppa Italia

Giovanni Mari






Genova - Ottant’anni fa esatti il Genoa vinceva il suo ultimo titolo di peso. La Coppa Italia stagione 1936/1937. Era il 6 giugno, la finale contro la Roma si disputò a Firenze (stadio Berta, che nei decenni diventerà l’attuale Franchi), alle 16,40. In tribuna c’era il ct Vittorio Pozzo, che aveva già vinto un Mondiale a Roma e l’anno dopo ne avrebbe vinto un altro a Parigi. Il cielo era a tratti coperto, la temperatura non proprio ideale attorno ai 27 gradi. Il Genoa era risorto dopo aver conosciuto la Serie B e aveva vinto l’ultimo titolo 13 anni prima (il nono scudetto del ’24).

Finì 1-0, gol di scaltrezza e potenza di Luigi Torti, ma il risultato non racconta il grande dominio genoano – come avevano previsto tutti alla vigilia. Il generale Vaccaro, con l’ampollosa retorica del Ventennio, la stessa che obbligò il cambio autarchico del nome in “Genova 1893”, premiò i ragazzi in campo, consegnando il trofeo al terzinaccio destro Paolo Agosteo. Questi, siciliano possente e sbrigativo, era il vero uomo-squadra: arrivato dalla mitica scuola dell’Ambrosiana Inter, fu il cuore e l’anima dei genovesi.

Torti, classe 1918, di Varese, era invece l’eroe che nessuno si sarebbe aspettato: un centravanti furetto, abile nella rapina e nella corsa eppure non al centro dei pensieri dell’allenatore rossoblù, l’austriaco Hermann Felsner. Infatti l’anno successivo - dopo due sole presenze in campionato e il solo (prezioso) gol di Coppa - il presidente Juan Culiolo, un altro straniero (argentino), lo lasciò andare all’Alessandria.

A dire il vero anche Felsner (che tra l’altro aveva allenato tre anni la Sampierdarenese, prima della sua unica stagione al Grifone) abbandonò la Lanterna in direzione Milan: nonostante la Coppa Italia non rimase nel Pantheon genoano: forse perché era lui, l’umazz - come lo chiamavano oltre Appennino, che qualche anno prima guidava quel Bologna che nelle drammatiche cinque finali strappò al Genoa lo scudetto della stella grazie ai sotterfugi dei gerarchi fascisti felsinei. Bisogna altresì dire, però, che Culiolo fu “portato” a prendersi il Genoa dai federali liguri in cambio della concessione - a lui - del monopolio sull’importazione del carbone polacco (la moglie era una baronessa di Varsavia). L’argentino si dedicò con piglio deciso: il salto di qualità arrivò grazie alle 200 mila lire date alla Fiorentina in cambio di Giuseppe Bigogno e Mario Perazzolo, che ricostruirono l’intera linea mediana.

Il Genova 1893 con la Coppa Italia dopo la vittoria sulla Roma (foto Il Secolo XIX)

Anche nella finale, il primo svolse funzioni di argine contro ogni azione giallorossa e il secondo ideò ogni azione offensiva dei rossoblù. Compreso l’assist per Torti, al 34’ della ripresa: sulla destra, Perazzolo imbeccato da Bigogno scarta un difensore romanista e “trova” Pietro Arcari (campione del Mondo nel 1934), che a sua volta evita un giallorosso e indirizza il pallone a un metro da terra verso il centro dell’area, dove Torti, oggi si direbbe “a cucchiaio”, la mette alla destra del portiere.

Torti era un rincalzo, probabilmente la terza scelta dopo Fasanelli (che pure non era stato l’obiettivo principale in quel lento calciomercato dell’epoca) e Pantani. Ma il Genoa era reduce da un campionato avaro di soddisfazioni, ottavo posto, e due semifinali con i rossoneri: gli uomini erano contati. Il cammino in Coppa non era stato facile: eliminate Lazio, Palermo, Catania, Milan e infine la Roma di Dante Di Benedetti. Una cavalcata: 17 reti fatte, due sole subite (entrambe dal Milan), bagno di folla in ogni stadio. Anche al Berta, che senza titubanze tifò i liguri e non i pionieri della capitale lodati dal regime.

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Re: La STORIA SIAMO NOI

Messaggiodi luca100 martedì 6 giugno 2017, 15:41

Genoa, oggi è una data storica
06.06.2017 08:48 di Franco Avanzini

Ottanta anni fa, una vita o quasi. Era il 6 giugno 1937 e il Genoa vince la Coppa Italia. Era quello il primo, e sinora unico, trofeo nazionale vinto. Ma quale fu il cammino di quella competizione?

Quella era la quarta edizione della competizione nazionale. Le squadre di Serie C furono inserite per la prima volta e si iniziò con un turno preliminare. Poi ci saranno due turni di qualificazione per le squadre della terza serie, uno in cui entravano in campo le squadre di serie B e infine la competizione vera e propria con l'ingresso delle squadre della massima serie.

Il Genoa vincerà quella competizione contro la Roma e avrà l'accesso diretto alla Coppa Europa. Le qualificazioni partono il 25 ottobre 1936. Il Grifone (all'epoca si chiamava Genova 1893) entrerà in gara dai sedicesimi di finale il 6 gennaio 1937. La prima sfida contro la Lazio fu in pratica una passeggiata, fini 5 a 0.

Un gol in meno ma ancora una grande vittoria negli ottavi di finale contro il Palermo in una sfida giocata in Sicilia. Sempre nell'isola meridionale ecco il confronto al Catania e un nuovo successo nei quarti di finale. E ancora una volta la partita finisce 4 a 0.

In semifinale non è propriamente una passeggiata. L'avversaria di turno è il Milan, una delle altre squadre più titolate di quel periodo. E' doppia gara, una finisce in parità, 1 a 1 mentre l'altra vede il Genoa vincere 2 a 1. E' finale.

L'ultima sfida della competizione è quella contro la Roma. Basta una rete di Torti per portare in Liguria il trofeo. La gara si era giocata allo stadio berta di Firenze. Questa la formazione rossoblu:

Bacigalupo, Agosteo, Genta, Pastorino, Bigogno, Fillola, Arcari III, Perazzolo, Torti, Scarabelli, Marchionneschi. Allenatore era l'austriaco Felsner.

Tra i record di quella Coppa Italia per il Genoa, il miglior attacco con 17 reti e una sola rete subita in tutto il torneo.
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Re: La STORIA SIAMO NOI

Messaggiodi luca100 giovedì 8 giugno 2017, 7:38

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Re: La STORIA SIAMO NOI

Messaggiodi skyid_1564697 sabato 10 giugno 2017, 19:19

10 giugno 2007, il Genoa torna in Serie A

Un giorno indimenticabile, impresso nella mente di ogni genoano e napoletano. Una festa comune, per tutti, che abbracciava le due città di mare. Genova e Napoli, unite da un destino calcistico che va oltre il gemellaggio ultratrentennale. Quel 10 giugno 2007 fu il giorno della promozione in Serie A senza passare dai play-off. Lo 0-0 del Ferraris coincise con il pareggio di Piacenza, la diretta concorrente rossoblù al quarto posto. Il gol di Allegretti della Triestina fece esplodere di gioia l’impianto di Marassi.
Accadde di tutto nei dieci minuti finali. Tanti tifosi invasero il campo andando a caccia di un cimelio da tramandare di generazione in generazione. I giocatori del Genoa dovettero rinunciare gioiosamente alle proprie maglie, fatte ricomparire poco dopo poiché l’arbitro voleva concludere il recupero. Un minuto di palleggio insulso per disfarsi di quella fastidiosa formalità regolamentare; il Ferraris tratteneva a stento la felicità, come le assi di una botte colma quando iniziano a imbarcarsi per il volume.
Poi il triplice fischio, la corsa negli spogliatoi dei calciatori in mutande, la corsa del pubblico verso De Ferrari per colorare la piazza e la Serie A di rossoblù.
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