Il calciomercato non si ferma mai; trattative, trasferimenti e voci di corridoio

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Messaggiodi lbicekimi lunedì 28 gennaio 2013, 13:18

A fronte di una lista che comprende nomi come Sanchez, Pastore, Thiago Silva, Ibrahimovic, Eto’o, Snejder, Balotelli, Lavezzi, Kakà, Verratti, Ramirez, Criscito -e l’elenco potrebbe continuare- continuiamo a parlare e a scrivere di presunti, agognati, top player per le nostre squadre di calcio. La realtà, nonostante gli sforzi encomiabili dei nostri giornalisti e addetti ai lavori, è che il nostro sistema non è più in grado di competere non solo con i tradizionali avversari spagnoli e inglesi, ma anche con gli emergenti campionati russi, francesi, turchi o cinesi. Da un anno e mezzo si continua a parlare di un grande acquisto per la Juve. Nell’ordine si sono fatti i nomi di Van Persie, Dzeko, Tevez, Drogba, Benzema, Higuain: alla fine hanno preso Llorente a parametro zero e solo perché nessuna big d’Europa si è interessata allo spagnolo.
Squadre di seconda o, addirittura, di terza fascia come il QPR o il Southampton acquistano giocatori come Julio Cesar o Ramirez. Per cui il problema ora non è solo affrontare la concorrenza impietosa dei grandi club, ma anche quella di società minori (per storia e blasone) che rischiano di abbassare ulteriormente il tasso tecnico del nostro torneo.
Si sono fatte mille illazioni. Arguti e prestigiosi esperti negli anni ci hanno spiegato i motivi del declino. Si è partiti con la storia dei diritti televisivi meglio sfruttati in altre realtà come la Spagna e l’Inghilterra. Poi si è scoperto che le nostre tv elargiscono compensi nient’affatto inferiori. Così si è passati al tema dei settori giovanili, prendendo spunto dalle mirabolanti imprese del Barcellona e della sua cantera. Anche qui però ci siamo accorti che a ben vedere i nostri vivai hanno prodotto un numero considerevole di campioni e aspiranti campioncini – anche grazie all’intuito di brillanti talent scout come Larini, Pierpaolo Marino, Sabatini- a prezzi irrisori, salvo rivenderli dopo poche, anche se brillanti, esibizioni. Tradotto: se anche il Barca, per fare subito cassa, avesse venduto i suoi Iniesta, Xavi, Messi & C. oggi parleremmo così tanto del suo settore giovanile?
E allora, scartata anche questa spiegazione, è rimasta l’ultima. Quella che sentiamo ripetere quotidianamente, come un mantra: gli stadi di proprietà. Orbene, sarebbe il caso di ricordare che la stragrande maggioranza delle squadre inglesi, ad esempio, possiede un proprio impianto sportivo dalla notte dei tempi, ma per molti anni ( sino agli inizi del duemila) non hanno per questo potuto primeggiare – per chi l’avesse dimenticato, il Bari ( non l’Inter, la Juve, il Milan o il Napoli) acquistava, a inizi anni ’90, David Platt, il capitano dell’Inghilterra.
Non che gli attraenti stadi d’Oltremanica non rappresentino un vantaggio, ma pensare che tutto si risolve con la costruzione di nuovi impianti sembra semplicistico. Del resto, lo volessero veramente, le nostre società potrebbero farlo anche senza il supporto o le agevolazioni di una Legge ad hoc ( vedi Juventus e ora Udinese e Roma). Ma perché non lo fanno?
La risposta, per quanto banale che sembri, è una e una sola: mancanza di risorse. In Inghilterra, ora in Francia, in Russia, in Cina, in Turchia, in Brasile le grandi squadre acquistano grandi calciatori perché hanno grandi risorse. La leggenda del sistema sano trova la sua implacabile confutazione nei bilanci delle squadre oggi al vertice del calcio mondiale. Nessuna tra Manchester City, Chelsea, Manchester U., Real Madrid o Barcellona ha un bilancio in attivo. Nessuna ripartizione dei diritti, nessun settore giovanile o nessuno impianto di proprietà consente loro di avere Messi, Rooney, C.Ronaldo o Ibrahimovic. Lo consentono i portafogli dei loro presidenti o la disponibile generosità degli Istituti bancari. Come è accaduto in Italia per molti decenni. Poi qualcosa si è rotto.
In primis la perdita di competitività del nostro sistema industriale. E, siccome, i nostri club sono tutti, o quasi, in mano italiane questo non poteva non ripercuotersi sulle spese ( non investimenti, perché nel calcio per vincere si spende non si investe!). Poi, ad aggravare ulteriormente la crisi, è venuta la crescente, aggressiva, concorrenza di altri campionati. Oggi acquistare un così detto top player significa scontrarsi con colossi economici che fino a qualche anno fa semplicemente non si occupavano di calcio. Un conto è trattare con indebitate società brasiliane o europee altro è avere a che fare con sceicchi o magnati.
E qui arriviamo al punto nodale: perché i grandi gruppi finanziari, i petrodollari o i ricchi di Russia o Cina non investono nelle nostre squadre? Perché portano i loro soldi in Inghilterra, in Francia, negli Usa e non da noi? Perché non siamo affidabili. Perché non siamo credibili. Perché nel nostro Paese la burocrazia, il malcostume, la corruzione scoraggiano chiunque. Il modernissimo Emirates Stadium ( già chiamarlo così in Italia sarebbe stato impossibile) è stato costruito in due anni abbattendo e riconvertendo il glorioso Highbury: da noi quel tempo lo avremmo dedicato a dottissime disquisizioni circa la composizione della commissione per la valutazione del progetto.
Or dunque, non ci resta che aspettare. Finirà prima o poi il tempo della melassa, dei dibattiti vacui e verrà il tempo del ravvedimento. Il nostro calcio è l’espressione più immediata del nostro Paese. Se si risolleverà quest’ultimo torneremo ad ammirare ed esultare per grandi calciatori. Diversamente non ci rimarrà che apprendere da Di Marzio lo scoop di Guardiola al Bayer Monaco. Primeggiando almeno in questo. Non fa sognare, ma fa sperare. La professionalità e il talento non manca. Che la nostra classe politica e i nostri capitani d’impresa comincino a farne uso.
Avv. Luigi Buccino
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